"Nel dicembre 1983, appena laureato, partecipai ad un congresso di astrofisica a Firenze, anche perche' era l'occasione per andare a visitare Giuseppe ("Beppo") Occhialini e sua moglie, Constance ("Connie") Dilworth, e chiedere loro una lettera di presentazione per chiedere una borsa per andare all'estero. Loro abitavano in una casa in campagna, isolata, e mi misi d'accordo con Connie che mi sarebbe venuta a prendere alla stazione del treno. Io non dormii molto, la notte prima. Ero completamente terrorizzato dal dover incontrare cosi' da vicino quella leggenda vivente che era Occhialini, personaggio mitico anche per uno sprovveduto e ignorante neo-laureato come me. Beppo l'avevo gia' visto al "capanno" di astrofisica (chiamato cosi' perche' era una piccola costruzione a fianco degli edifici principali dell'Universita' di Fisica in Via Celoria), ma non avevo mai parlato con lui. Lo vedevo entrare con uno zainetto sulle spalle (adesso non e' piu' cosi' strano, ma allora era l'unico a portarne uno), e andare a parlare con i suoi ex-allievi (cioe' i miei professori). Allora aveva gia' 75 anni.
Mi feci coraggio e andai. E non fu una giornata facile. Rimasi a casa loro tutto il giorno. Vollero sapere tanto della mia vita in generale, anche se poco del lato scientifico. Raccontai che mi ero laureato tardi (3 anni fuori corso) perche' avevo fatto altro, e che nel periodo di tesi era nata una vera passione per l'astrofisica. Beppo disse che si', capiva benissimo che ci si potesse "innamorare" (uso' proprio quel termine) della fisica, e che questo poteva assomigliare al classico colpo di fulmine. Poi, nel tardo pomeriggio, Connie mi disse: "ecco, questa e' la macchina da scrivere, prova a scrivere tu la lettera
di presentazione..." Ma io, ormai allo stremo delle forze per la tensione, mi rifiutai, e la scrisse lei. Con quella lettera feci domanda per una borsa di 570.000 lire
al mese (che anche allora era poco assai) per andare a Copenaghen.
La vinsi, ed iniziai questo mestiere...". |